oltre l'ordine

Oltre l’ordine – regole e creatività con Jordan Peterson

“Oltre l’ordine” è un libro di Jordan Peterson. ?Non ho mai trovato libri perspicaci e profondi come quelli di Jordan Peterson nell’aiutare in questa partita. 12 Rules for Life e Beyond Order. Ciascuno contiene 12 regole. Che a leggerle sembrano o ovvie o non si capisce bene perché dovrebbe essere importante. Ma poi in ogni capitolo fa giù e fa venire fuori l’essenza di cosa significa essere umano più di ogni altro che io abbia letto. E alla fine la regola diventa non una regola, ma un’espressione della natura umana, un comandamento quasi divino di come devi giocare il gioco della natura, il gioco della vita.

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Oltre l’ordine e 12 regole per la vita

Una vita piena di significato. Una vita condotta bene, della quale essere soddisfatti alla fine. Il continuo cercare di capire il proprio posto nel mondo, quello sociale e quello spirituale. E poi, come sbrogliarsi dai nostri problemi? Quel dolore che siamo noi stessi a crearci. Dov’è che sbaglio? Perché continuo a sbagliarmi? E dove devo dirigermi? Come interpretare questa cosa che è l’universo? Come giocare questa partita cosmica
Un annetto fa lessi 12 Rules for Life di Jordan Peterson, che è stato tradotto in italiano “12 regole per la vita”. Lo trovai in assoluto il libro con la più alta densità di informazioni interessanti e di spiegazioni che mi servivano per capire le cose che avessi mai letto. L’avevo comprato in cartaceo apposta per sottolineare e scarabocchiare. Impiegai mesi a leggerlo, perché una pagina sì e una no dovevo fermarmi per pensare a quello che avevo appena letto. Vien fuori che Jordan Peterson ha scritto una specie di seguito, si chiama “Beyond Order – 12 More Rules for Life”, che è stato tradotto in italiano in “Oltre l’ordine – 12 nuove regole per la vita”. Non è proprio un seguito, nel senso che non devi leggere il primo per leggere il secondo. Ma i due libri sono impostati per rappresentare l’ordine e il caos, come lo yin e lo yang. Due opposti che si contengono a vicenda, l’equilibrio creato da una continua tensione tra i due. Uno ha la copertina bianca e l’altro nera.

La scrittura ne “Oltre l’ordine”

Ho preso entrambi in inglese semplicemente perché questi sono testi dove le parole hanno un significato esatto e io non volevo perdermi nulla nella traduzione. Avevo letto una recensione di 12 regole per la vita dove dicevano che la traduzione non era un granché. E visto che leggere in inglese non mi fa differenza, non volevo rischiare. E’ vero che quando conosci entrambe le lingue spesso capisci come la traduzione è stata fatta male e riesci a capire cosa il testo originale davvero voleva dire comunque, ma allora tanto vale. Questo per dire che se volete leggere questi libri in italiano, non garantisco sulla traduzione e sottolineo l’importanza di capire l’esatto significato. La cura che Peterson mette nell’utilizzare la parola esatta è maniacale e francamente necessaria, vista la profondità in cui va. Scrive tra l’altro benissimo. Ora, volevo parlare sia di 12 Rules for Life che di Beyond Order, ma come faccio ad avere qualche speranza di dare delle informazioni utili in una mezz’oretta su libri francamente su cui ci si potrebbe parlare per giornate intere?
Ho deciso allora di prendere Beyond Order e di parlare solo di un capitolo alla volta. Impiegherò parecchio tempo per passare su tutti, ma non importa. Alla fine, mi dà solo più opportunità di consigliare di leggere i libro.

La prima regola di Oltre l’ordine

Il primo capitolo, la prima regola è: Non denigrare incautamente le istituzioni sociali o i risultati artistici.

Questa è una di quelle regole che uno dice, ma perché dovrebbe essere così importante?
Non esistiamo come bolle isolate dal resto. Prima di tutto, perché per sopravvivere abbiamo bisogno di muoverci nel mondo e interagire con il mondo. Il che significa che dobbiamo capire quali azioni funzionano per ottenere risultati vantaggiosi e quali invece portano a risultati disastrosi, sia nel breve termine che nel tempo. E ovviamente, interagiamo con le altre persone, che fanno sia parte del mondo esterno con il quale dobbiamo interagire in maniera appropriata per poter sopravvivere, che i nostri alleati, coloro con cui possiamo e dobbiamo collaborare per navigare le complesse difficoltà del mondo. Ok, il che significa che per capire cosa funziona e cosa no abbiamo bisogno della continua interazione sociale. Per organizzare i nostri pensieri abbiamo bisogno di parlare con altri, perché lì abbiamo la controprova se i nostri pensieri sono organizzati correttamente. Utilizziamo il feedback con la società per mantenere la nostra sanità mentale, organizzare i nostri pensieri. Dobbiamo parlarci del passato per distinguere le preoccupazioni esagerate e irrilevanti che altrimenti prenderebbero il sopravvento su di noi dalle esperienze che sono davvero importanti.

Chi regola la nostra sanità mentale

Questo significa che esistiamo insieme alle altre persone e non esclusivamente come menti a sé. Diamo agli altri il problema di risolvere il problema di come rimanere mentalmente sani. Non siamo solo noi singolarmente dentro la nostra stessa mente a rimanere mentalmente sani, è anche che le persone attorno a noi continuamente ci ricordano come pensare, cosa fare. Se cominci a deviare troppo, le altre persone cominciano a reagire all’errore. Ti ricordano che è importante comportarsi correttamente, o non ti daranno ciò che vuoi, e ti diranno in continuazione che devi fare del tuo meglio, e questo ti mantiene motivato e ti impedisce di andare fuori controllo o affondare. Senza l’intermediazioni delle persone attorno a noi, della nostra tribù se vogliamo, saremmo semplicemente sopraffatti dalla complessità del mondo. La società crea una forma, un’interpretazione, una guida, uno schema che possiamo seguire e non perderci nel caos assoluto, nella complessità eccessiva che la nostra mente singolarmente non avrebbe la capacità di interpretare da sola.

Soluzioni morali

L’ambiente sociale restringe il mondo in qualcosa che possiamo gestire, specificando che cosa è importante. Visto che non viviamo come isole, le soluzioni dei nostri problemi devono non solo rispondere alle nostre esigenze biologiche di sopravvivenza, ma devono anche essere socialmente accettabili. Questa necessità limita il numero delle possibili azioni. Quando determini il valore di qualcosa, quindi, non è solo il valore che tu ci dai: l’azione non deve essere solo buona per te, deve anche essere buona per le persone attorno a te.
Una buona soluzione a un problema, un buon modo di comportarsi, una buona norma, deve mantenere la sua bontà nel tempo e tra le persone. Dalle infinite possibilità di comportamento si scende così a un numero limitato di comportamenti, che hanno in comune il fatto di dare un valore ben preciso. Questo si può chiamare una sorta di etica naturale. I comportamenti derivati da questo processo non sono casuali, o fini a sé stessi: sono il risultato della selezione delle azioni che funzionano nel garantire nelle generazioni le necessità biologiche e sociali. Ed è da qui che passa la prima parte della regola: non denigrare incautamente le istituzioni sociali. Perché sono state costruite con grande fatica nelle generazioni e a grande costo, quello dell’errore di fare le cose diversamente per accorgersi che qualcosa di brutto capitava dopo. Da qui arriva il valore che le persone danno alle tradizioni, ad esempio. Uscire da queste norme e questi comportamenti è pericoloso, e non andrebbe fatto inconsciamente, senza ragione, peggio ancora, in scherno o per senso di superiorità.

C’è chi di natura è più rispettoso dell’autorità, delle istituzioni e della tradizione. Io no, non sono di questa natura. Ma pure io capisco l’importanza di regole che tengano insieme le cose e quanto l’eccesso di caos sia assolutamente distruttivo, anche nella vita di ogni individuo. Serve una struttura, e serve in particolare per le persone che di natura tendono verso il caos.

Gerarchia e gioco

E’ interessante quello che dice sul gioco. Se tu partecipi a un gioco, l’esempio più ovvio è uno sport, ci sono delle regole. Per vincere non basta “vincere”, devi anche saper stare alle regole, oppure nessuno vorrà più giocare con te. Il non avere nessuno con cui giocare è di gran lunga peggio del perdere la partita, perché nel giocare in sé c’è la possibilità di essere parte del gruppo e di imparare come comportarsi nel gruppo. Per questo si dice che “l’importante è partecipare”. Certo, bisogna anche voler vincere, perché così si diventa membri di maggior valore nella squadra, ma non al prezzo di rompere le regole, perché non si tratta solo di vincere quella partita e di quel gioco. Si tratta di vincere il gioco della vita, che è fatto di una serie di partite e di giochi. La cosa più importante è poter partecipare al gioco, e per fare questo bisogna conoscere e rispettare le regole, o gli altri ci faranno notare il nostro errore escludendoci dal gioco. Da questo deriva che il miglior giocatore non è quello che vince una particolare partita, ma quello che viene invitato dal numero più alto di persone a partecipare alla quantità più svariata di giochi.

Molti genitori, a ragione, pensano che sia importante che i loro figli facciano sport, anche solo per partecipare, e questa è la ragione: è un microcosmo in cui allenarsi al gioco più grande.

Topolini e ruzzoloni

Racconta anche di un esperimento sociale fatto sui topi. Vien fuori che ai topi piace un sacco giocare alla lotta. Quando un topo più grande gioca alla lotta con un topo più piccolo il topo più grande vince, ma non sempre. Potrebbe vincere sempre, ma se vincesse sempre il topo più piccolo dopo un po’ perderebbe l’interesse a giocare. Il topo più grande vince solo 6/7 volte su dieci. Lascia vincere il topo più piccolo. Quello più forte, una volta determinata la sua superiorità, non fa il prepotente e lascia che il topo più piccolo ogni tanto vinca, perché così potrà continuare a giocare con lui, a beneficio di entrambi. Ce una ragione per cui non c’è gusto a vincere contro qualcuno molto meno bravo di te.

Alla base della piramide, lo sciocco

Nell’essere il topolino più piccolo, alla base della piramide sociale, ci sono dei vantaggi. E’ la posizione che favorisce di più l’atteggiamento aperto che serve per imparare nuove cose. Dice: “quando sei in trappola o all’angolo, spesso per il tuo stesso testardo attaccamento a supposizioni che inconsciamente veneri, tutto ciò che può aiutarti è ciò che non hai ancora imparato”. Chi vuole imparare deve essere disposto a sembrare sciocco. Dice: “Al principiante, allo sciocco, è continuamente richiesto di essere paziente e tollerante. Con sé stesso e, egualmente, con gli altri. Le sue dimostrazioni di ignoranza, inesperienza e mancanza di abilità potrebbero essere a volte attribuite all’irresponsabilità e condannate, giustamente, dagli altri. Ma le insufficienze dello sciocco sono spesso meglio viste come l’inevitabile conseguenza dell’essenziale vulnerabilità di ciascuno di noi, piuttosto che un reale fallimento morale. Gran parte di ciò che diventa grande inizia piccolo, ignorante e inutile.”

Per questo chi ha già ottenuto grandi risultati e vuole proseguire su quella strada deve apprezzare lo sforzo che serve per acquisire competenza e con cura e vera umiltà deve subordinare sé stesso al gioco, e sviluppare la conoscenza, il controllo di sé e la disciplina necessari per la prossima mossa. Essere accecati dall’orgoglio impedisce tutto questo. Ferma chi ha avuto successo dal proseguire e lo conduce alla perdita dei suoi risultati e, nel caso l’atteggiamento di eccessivo orgoglio e cinismo appartenga a una persona che non ha ancora ottenuto risultati, lo condanna alla completa sconfitta: gli impedisce di vedere le opportunità davanti a sé, troppo piccole a suo giudizio, che pensa di essere superiore al gioco, in cuor suo convinto di meritare il premio senza dove partecipare.

Autorità e competenza

Se c’è un problema che dev’essere risolto e molte persone provano a cercare la soluzione, una gerarchia deve e si mostrerà, perché coloro che possono fanno e coloro che non possono seguono, spesso imparando nel mentre. Se il problema è reale, allora le persone che sono migliori nel risolverlo dovrebbero salire in alto nella gerarchia. Questo non è potere. E’ l’autorità che correttamente accompagna l’abilità. E’ ovviamente appropriato concedere potere ad autorità competenti, se stanno risolvendo problemi. E si può dire che è dovere di chi sa risolvere un problema alzarsi in piedi e darsi da fare per il bene di tutti, nonostante questo costi fatica e rischi. Sia autorità che ambizione hanno un lato buono e uno cattivo, e non sono sinonimo di potere, o di desiderio di potere. E’ la differenza tra le persone che utilizzano l’autorità per costringere con la forza gli altri a fare qualcosa, e le persone che si innalzano a una posizione di autorità perché competenti, una competenza che gli altri riconoscono, che li porta a vedere l’innalzamento di quella persona al ruolo dominante con sollievo e fiducia.

Il paradosso dell’ordine

Differenze in status sono quindi inevitabili, visto che ogni impresa degna di essere perseguita ha un obiettivo, e coloro che lo perseguono hanno livelli di abilità diversi. Accettare questo squilibrio e sforzarsi di avanzare comunque, indipendentemente se ci si trova in basso, nel mezzo o in alto, è un elemento importante della salute mentale. Ma resta un paradosso. Le soluzioni di ieri e di oggi, dalle quali la presente gerarchia dipende, non saranno necessariamente le soluzioni di domani. La ripetizione irriflessiva di ciò che era sufficiente in passato, o peggio l’insistenza autoritaria che tutti i problemi sono già risolti, significa esporsi a un grave pericolo quando i cambiamenti nel mondo impongono un cambiamento. Il rispetto verso la trasformazione creativa deve di conseguenza accompagnare il riguardo per la struttura gerarchica ereditata dal passato. Questo è un dilemma morale perpetuo: quando seguire le convenzioni, facendo ciò che ci viene richiesto o domandato, e quando invece far conto sul nostro giudizio personale e rigettare le richieste della collettività?

Caos e ordine

Da una parte c’è il rigore necessario delle norme, dall’altro il rischio delle imprese profondamente creative. E ciascuna parte ha il suo lato oscuro: l’ordine che tiene insieme le cose diventa tirannia e la creatività rigenerativa diventa distruzione caotica. Ecco perché l’una non può esserci senza l’altra, e perché sono complementari. Ecco perché la disciplina, che è la subordinazione allo status quo, è un precursore necessario alla trasformazione creativa, non il suo opposto. E la creatività ha bisogno di qualcosa su cui attaccarsi, ha bisogno dell’imposizione di limiti, o si perde nell’infinito vuoto del caos e non riesce a prendere una forma.
Per esempio, rispettare le regole è morale, al cosa giusta da fare. Ma ci sono situazioni in cui è la cosa moralmente giusta da fare è rompere la regola. “Segui la regola a meno che farlo mini il proposito della regola stessa, in tal caso assumiti il rischio di agire in maniera contraria a ciò che si era concordato fosse la cosa morale da fare.” Per questo si dice che bisogna conoscere le regole estremamente bene prima di potersi permettere di romperle. Segui le regole finché non diventi l’esempio vivente di ciò che rappresentano, ma rompile quando quelle stesse regole diventano un impedimento all’incarnazione delle loro virtù.

Oltre l’ordine

“Ogni regola è stata un tempo un atto creativo, che rompeva le regole. Ogni atto creativo, se genuino nella sua creazione, probabilmente si trasformerà nel tempo in una utile regola”

Fai attenzione allora che un atto creativo non sia insincero, non distrugga una struttura utile, per sprezzo o arroganza. E fai attenzione che il rispetto delle regole non sia motivato dal desiderio di controllo e non diventi rigida tirannia.
Ecco fatto: non denigrare incautamente istituzioni sociali o risultati artistici.

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