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La morte sospesa – All’estremo dell’esperienza umana

Bellissimo libro oggi, una storia vera. Nella traduzione italiana La morte sospesa di Joe Simpson. Alpinista.  Cercherò di non spoilerare la storia, perché anche se è una storia vera, e all’epoca, parlo degli anni ottanta, se ne parlò sui giornali, oggi non è conosciuta, certo non al di là del mondo dell’alpinismo. La storia è bellissima anche se sai prima di iniziare, come me, come va a finire, però la tensione, che già così è alle stelle, sale ancora di più se non sai come finisce. È roba da mangiarsi le unghie mentre leggi. Quindi cerco di dire il meno possibile.

Questo è la versione articolo del podcast. Se preferisci ascoltare, puoi trovare l’episodio su tutte le piattaforme di podcast. Oppure direttamente qui:

La storia de La morte sospesa

Ma, per dare un’idea, due alpinisti affrontano questa montagna, la Siula Grande, nelle Ande peruviane, dal lato più difficile, Dove nessuno era mai riuscito prima. Fanno degli errori, ad esempio non si portano abbastanza gas e quindi poi finiscono l’acqua troppo presto perché senza gas non riescono a sciogliere abbastanza neve da bere. La salita è difficile e più lenta di quello che avevano previsto, e in alta montagna temperature e condizioni atmosferiche possono cambiare in fretta ed diventare una questione di vita e di morte se non scendi nei tempi che avevi previso. Vicino alla vetta, uno dei due cade… e si rompe una gamba. Con il tempo che gioca contro, e senza più acqua, dovranno prendere una decisione. Perché anche lui morirà se non scenderà, e in fretta, dalla montagna. Cosa farà quando saprà che morirà anche lui se cercherà di salvare il compagno, cosa farà di fronte alla prospettiva di doverlo guardare negli occhi e abbandonarlo? E cosa farà il compagno per non essere abbandonato?

Come fai a guardare negli occhi un tuo amico e lasciarlo in cima a una montagna sapendo che è condannato?

La traduzione de La morte sospesa

Ho letto “La morte sospesa”, dalla prima pagina all’ultima in un sorso solo. Scritto benissimo, non è solo la storia in sé, che è semplice, ma sono tutti i tumulti umani in situazioni estreme che sono descritti e danno sensazioni pazzesche. Io ho una vecchia copia della versione inglese che francamente non so più da dove è saltata fuori. Credo di averla comprata usata, strano perché esiste la traduzione italiana, appunto “La morte sospesa” edito da Corbaccio. Non posso commentare troppo sulla qualità della traduzione perché ho letto giusto qualche passaggio giusto per vedere, però in libri dove le emozioni sono descritte con grande sottigliezza, se vuoi cogliere tutte le sfumature è sempre meglio leggere in originale, se conosci bene la lingua, perché così non ti perdi nulla. Io salterei tutte le prefazioni per evitare troppi spoiler e andrei direttamente alla ciccia. La versione originale in inglese si chiama Touching the Void, per chi preferisse quella.

vorrei parlare un po’ della parte psicologica della faccenda, ma come faccio senza fare spoiler? Preferisco invitarvi a leggere il libro. Anche se non è magari quello che leggete di solito, provateci, tanto è breve, sono meno di duecento pagine e non vi annoierete, questo lo posso assicurare.

Inserisco due pagine del libro per dare un’idea.

La morte sospesa di Joe Simpson

Avevamo lasciato il bivacco alle sette e mezzo.

Alle dieci guardai l’orologio. Si avanzava con disperante lentezza. Per quanto ne avremmo avuto ancora? Avevamo calcolato, programmando l’ascensione, di scendere dalla vetta al ghiacciaio in circa sei ore. Invece, in un pomeriggio intero e buona parte della mattinata, avevamo percorso poco più di trecento metri. Non ne potevo più. Ero stanco della montagna, stanco dell’ottusa concentrazione che voleva da me. Non me ne importava più nulla dell’impresa, volevo soltanto scendere. Scendere il più rapidamente possibile. Era una giornata rigida, di freddo pungente, non una nuvola a mitigare il riverbero di quel bianco sterminato. Io sapevo soltanto che volevo raggiungere il ghiacciaio prima che esplodesse il maltempo pomeridiano.

Ed ecco, finalmente, la linea impervia e frastagliata della cresta addolcirsi in un’ampia sella digradante in dossi tondeggianti verso l’ultimo salto. Attesi Simon seduto sullo zaino. Non scambiammo parola. Eravamo entrambi molto provati e non c’era nulla da dire. Dietro, si vedevano le nostre tracce seguire passo passo i capricci della cresta. Giurai a me stesso che in futuro, prima di avventurarmi su qualunque montagna, avrei studiato accuratamente la via di discesa.

Ripresi lo zaino e mi avviai, più sereno.

Nell’ultimo tratto avevo invano sperato che Simon passasse in testa, ma non avevo osato esprimere ad alta voce la paura che mi paralizzava. Temevo la sua reazione più ancora di un’altra caduta. Sulla sella si era accumulata una considerevole quantità di neve che rendeva gravoso il cammino. All’ansia di prima era subentrata la frustrazione di sprofondare ad ogni passo.

Ero giunto al termine della corda e Simon si apprestava a partire dietro di me, quando caddi nel primo crepaccio.

Fu un attimo. Mi ritrovai in piedi, gli occhi all’altezza del terreno, dentro una fessura piena di neve. Ovunque mi appoggiassi, sprofondavo. Da prudente distanza Simon osservava i miei sforzi sogghignando. Finalmente riuscii ad alzarmi, avanzai di qualche passo e di nuovo mi trovai immerso fino al collo. Un’altra lotta furibonda con la neve che non offriva la minima resistenza, e fui fuori, ansante. Prima di arrivare a metà della sella ero cascato in altri quattro buchi. Non si vedeva nulla, non un segno che indicasse la presenza dei crepacci. Una rabbia confusa, mista di umiliazione e sfinimento, cresceva dentro di me. Simon seguiva a una lunghezza di distanza. Credo che se fosse stato più vicino, me la sarei presa con lui.

Mentre riprendevo fiato accucciato presso l’ultimo buco da cui ero faticosamente uscito, gettai casualmente uno sguardo indietro. E vidi, con quale spavento si può immaginare, che il buco si apriva direttamente sull’abisso. Una luce bianco azzurra filtrava dal basso, dove riluceva l’immenso precipizio della parete ovest. Qualcosa in quell’istante scattò nel mio cervello: non erano tanti buchi, ma un unico lungo crepaccio. No! Non un crepaccio, ma un’unica, lunga linea di frattura che incideva mostruose cornici su cui io stavo tranquillamente passeggiando! Simon mi vide balzare in piedi come un forsennato e schizzare a parecchi metri di distanza. Gli gridai del pericolo. La cresta aveva in quel punto un aspetto così innocuo che non mi aveva neppure sfiorato l’idea che il pianoro fosse in realtà la schiena di un’enorme cornice, alta almeno quanto quella della vetta e altrettanto sporgente nel vuoto, ma certamente molto più lunga, se, com’era probabile, copriva tutta la sella. Un crollo, qui, non ci avrebbe lasciato scampo.

Mi spostai una quindicina di metri più in basso, distanza che giudicai sicura, considerando che la cornice che si era rotta sotto i piedi di Simon aveva una larghezza di una decina di metri. Era inutile correre rischi, tanto più che il pendio del versante est, scomparse le canne d’organo, era ora uniforme e più facilmente percorribile. Tuttavia, il cammino risultò altrettanto faticoso. Mi pareva di avere gambe di piombo. Risalendo l’ultima gobba gettai un’occhiata a Simon che seguiva arrancando nella neve, la testa china, la mia identica stanchezza addosso. Dall’altra parte del dosso lo avrei perso di vista per un tratto.

Avevo sperato che dalla sommità si scorgesse tutto il pendio fino al colle. Invece, la cresta risaliva ancora lievemente, con altre cornici, prima di un ultimo brusco cambiamento di pendenza.

Tuttavia, a giudicare da quanto si vedeva dalla cresta sud dello Yerupaja, il colle doveva trovarsi proprio sotto l’ultimo salto. Al colle, punto di raccordo tra la cresta dello Yerupaja e la nostra, mancava forse mezz’ora. Di lì al ghiacciaio era tutto terreno facile. Mi rianimai di colpo.

Dietro la gobba c’era un tratto in leggera discesa. Istintivamente accelerai il passo, tanta era l’allegria di trovarmi finalmente su terreno più agevole dell’estenuante pianoro che mi ero lasciato alle spalle. La corda mi trattenne bruscamente:

Simon, ancora sul pianoro, camminava più lento.

Rallentai anch’io, nel frattempo studiando il percorso.

Mi accorsi allora, con disappunto, di un ostacolo imprevisto: il pendio finiva direttamente sopra un seracco disposto perpendicolarmente alla cresta. Avanzai fino al bordo del salto e cautamente mi sporsi a valutarne l’altezza. Il seracco appariva come una sorta di grosso cuneo inserito di traverso nel pendio, con la punta sporgente quasi oltre il filo della cresta e la base che sprofondava sullo scosceso versante est. A destra, nel punto della massima altezza, il muro raggiungeva forse i dieci metri. Sotto il salto si apriva un pendio ripido e uniforme che si inabissava sulla destra. Una sessantina di metri più in là la cresta risaliva lievemente a formare l’ultimo dosso di quell’eterno saliscendi.

Oltre il dosso, ci aspettava il colle. Mi spostai lentamente costeggiando il seracco per studiare le possibilità di discesa. Avevo già abbandonato l’ipotesi di superare il muro in corda doppia per l’impossibilità di sistemare un ancoraggio sufficientemente sicuro nella neve inconsistente del ciglio.

Restavano due alternative: tentare di aggirare il seracco sulla destra o superarlo direttamente in arrampicata. La prima soluzione appariva rischiosa e certamente faticosissima. Si trattava di compiere un lungo traverso discendente a semicerchio su un pendio molto ripido, per risalire poi sotto il seracco e riportarsi sulla cresta. La neve pareva tutt’altro che sicura, l’esposizione era impressionante.

Ne avevo abbastanza di rischiare. Da quella parte, se uno dei due fosse scivolato, non vi era la minima probabilità di poter frenare la caduta.

Saremmo precipitati entrambi. Sulla cresta, almeno, potevamo illuderci di riuscire, in caso disperato, a saltare l’uno da una parte, l’altro dall’altra. Queste considerazioni mi indussero a scegliere la seconda alternativa.

Tornai sui miei passi esaminando attentamente il muro, deciso a tentarne la discesa in arrampicata. Sul filo di cresta non potevo passare, perché il seracco formava un muro verticale di neve inconsistente che non avrebbe offerto la minima resistenza ai miei attrezzi. Più a destra, invece, affiorava il ghiaccio che pareva solido fin poco sotto il ciglio. Mi serviva una spaccatura, uno scalino, qualcosa che mi consentisse di abbassarmi tanto da arrivare a piantare gli attrezzi nel ghiaccio buono.

Non dubitavo che sarei riuscito con poche, rapide mosse a portarmi alla base del salto. Scelsi infine l’unico punto in cui la pendenza del muro, ovunque verticale, pareva abbattersi leggermente.

Ginocchioni sul bordo, piantai gli attrezzi nella neve. Quindi, spostando il corpo e abbassando le gambe fino a trovarmi con lo stomaco contro lo spigolo, con un paio di calci decisi piantai le punte dei ramponi. Tenevano. Per potermi abbassare tanto da vedere il muro, spostai la piccozza proprio sul ciglio e sfilando il martello con la sinistra mi piegai e lo piantai nel ghiaccio sotto il bordo.

Soddisfatto del lancio, volli ritentare. Volevo essere certo che l’attrezzo tenesse perfettamente poiché avrebbe dovuto sostenere buona parte del mio peso mentre spostavo la piccozza più in là. Stavo dunque estraendolo di nuovo, quando vi fu uno scricchiolio secco e la destra, che impugnava la piccozza saldamente, si staccò dalla parete. La perdita improvvisa dell’appiglio mi sbilanciò indietro e caddi.

Atterrai di piedi sul pendio alla base del salto senza avere il tempo di pensare e piegare le gambe per assorbire l’urto. Un colpo tremendo squassò il ginocchio, sentii le ossa andare in frantumi e urlai. L’urto mi catapultò indietro, caddi di schiena sul pendio e cominciai a scivolare a testa in giù verso l’abisso. La rapidità dell’incidente mi aveva stordito. Senza provare alcuna emozione, pensai che sotto di me si apriva il baratro. Simon sarebbe stato trascinato via, non poteva reggere uno strappo così violento. Lanciai un urlo e uno strattone improvviso arrestò la caduta.

Tutto tacque. I pensieri turbinavano, impazziti. Poi il dolore esplose. Fuoco che scendeva all’interno della coscia, fuoco annidato nell’inguine, che montava e montava, fino a costringermi a urlare, a mozzarmi il fiato in un singulto roco. La gamba!

Dio, la gamba!

Giacevo, testa in giù, sulla schiena, la gamba sinistra impigliata nella corda tesa, la destra abbandonata di lato. Sollevai il capo per guardare.

Una grottesca torsione del ginocchio destro costringeva la gamba in un innaturale zigzag. Non collegai quella anomalia con il dolore che mi divampava nell’inguine. Quello non aveva nulla a che vedere con il ginocchio. Liberai la sinistra dalla corda e ruotando su un fianco mi portai con la testa a monte, bocconi. Il dolore diminuì.

Puntando la gamba sinistra, mi alzai in piedi.

Un’ondata di nausea mi costrinse ad appoggiarmi al pendio, faccia nella neve. Il freddo improvviso parve recare sollievo. Un pensiero informe mi attraversò la mente, come un oscuro terrore, e subito proruppe in panico. Ti sei rotto la gamba. È la fine. Sei un uomo morto. L’hanno detto tutti, se siete solo in due, la minima frattura può tramutarsi in una condanna a morte… se è rotta… se… non fa tanto male, forse è solo uno strappo…

Puntai la gamba contro il pendio, sicuro che non fosse rotta. Il ginocchio esplose. Sentii le ossa raschiare l’una contro l’altra e la palla di fuoco dall’inguine schizzò al ginocchio, strappandomi un urlo. Mi costrinsi a guardare. Era rotto. Lo vedevo, ma mi rifiutavo di credere a ciò che vedevo.

Era più che rotto. Era maciullato, stravolto, distrutto. Vedendo lo strano rigonfiamento della giuntura capii che cosa era successo. Per il colpo, l’osso della gamba era uscito verso l’alto, sfondando l’articolazione del ginocchio.

Stranamente, guardare mi fu d’aiuto. Mi obbligò al distacco, come osservassi una ferita altrui.

Mi sforzai di muovere il ginocchio, per vedere come reagiva. Piegarlo era impossibile, il dolore si fece intollerabile. Al minimo movimento qualcosa, dentro scricchiolava. L’osso, forse non solo quello.

Almeno la frattura non era esposta. Me ne resi conto appena tentai di muovere la gamba: non sentivo l’umidiccio del sangue che cola. Per sincerarmene tornai ad accarezzare l’articolazione lievemente cercando di ignorare le fitte lancinanti. Il ginocchio era enorme, sformato… non mio. Il dolore gli girava attorno, versando fuoco e altro fuoco ancora.

Come se potesse servire a qualcosa.

Mi sfuggì un gemito sordo. Lacrime cocenti mi inondarono gli occhi, offuscando le lenti a contatto.

Strizzai le palpebre e le gocce scivolarono, tiepide, sulle guance. Non era il dolore fisico, ma una infinita pietà di me stesso, l’autocommiserazione di un bimbo che piange sulla sua sorte. La morte era sempre stata solo un fantasma remoto e invece, ecco, infettava tutto. Scossi il capo per fermare le lacrime. Il fantasma rimase.

Appoggiandomi agli attrezzi piantati nella neve, cercai una posizione in cui il piede sano non rischiasse di scivolare. La nausea mi assalì di nuovo, mi colse un senso di vertigine e mi sentii svenire. Forse vacillai. Una fitta lancinante mi restituì la coscienza. L’occhio cadde sulla cima del Seria Norte, che splendeva a ovest. Non dovevamo essere molto più bassi. Quel pensiero mi riportò brutalmente alla drammaticità della situazione. Ci trovavamo a più di 5700 metri di quota, ci restava da percorrere un tratto di cresta ed eravamo assolutamente soli. Guardai il dosso che ci separava ancora dal colle. Più lo fissavo, più mi pareva grande. Non sarei mai riuscito a passarlo. Simon non poteva aiutarmi. Mi avrebbe abbandonato. Non poteva fare altro. Il pensiero mi lasciò senza fiato.

Abbandonato? Qui? Solo? Ero agghiacciato. Mi venne in mente Rob… Rob, che era stato abbandonato a morire… Ma lui stava già morendo. Lui aveva perso i sensi. Io no! Io avevo soltanto una gamba rotta. Non si muore per una gamba rotta. Per un tempo che mi parve eterno restai come annichilito all’idea di venire abbandonato. E volevo urlare, volevo bestemmiare. Invece, tacqui. Sentivo che se avessi detto una sola parola, sarei piombato nel panico. Mi pareva di essere sull’orlo di un abisso.

La corda non tirava più. Simon si era mosso.

Veniva! Certamente aveva capito che mi era successo qualcosa. Ma io, che gli avrei detto? Non dovevo fargli sapere che la gamba era rotta, si sarebbe scoraggiato. Dovevo dire che mi ero fatto male, solo questo; così, forse, mi avrebbe aiutato. Il pensiero mi stordì. Appoggiai di nuovo la faccia nella neve per calmarmi. Dovevo calmarmi! Se mi lasciavo prendere dal panico, se facevo scenate, Simon magari non mi aiutava più. Lottai contro le lacrime. Ragiona, mi dicevo, ragiona. Alla fine il respiro tornò tranquillo. Mi calmai. Anche il dolore parve assopirsi.

– Che c’è? Tutto bene?

Alzai gli occhi sorpreso. Non lo avevo sentito arrivare. Mi guardava con aria interrogativa, fermo sul bordo del salto. Feci uno sforzo perché la voce suonasse normale, come non fosse successo nulla.

– Sono caduto. È venuto via il bordo. – Tacqui un istante. Poi, con voce neutra, aggiunsi:

– Mi sono rotto una gamba.

Vidi la sua espressione mutare all’istante. Una ridda di reazioni diverse gli passò sul volto. Lo fissavo senza distogliere gli occhi. Non doveva sfuggirmi nulla.

– Sei sicuro che sia rotta?

-Sì.

Mi stava scrutando. Poi, come rendendosi conto di avermi fissato un istante di troppo, forse con troppa intensità, si girò di scatto. Ma quello sguardo non mi era sfuggito. Un lampo gli era passato negli occhi e io avevo capito.

Questi libri qui sono quasi sempre più belli quando sono scritti dalle persone coinvolte, come in questo caso. Anche quando non sono scrittori professionisti. Ci sono certe sottigliezze di sentimenti e sensazioni, certi dettagli, un’intensità che se fosse scritto da un altro, anche uno scrittore bravo, difficilmente ci sarebbe, perché non sei tu, non eri davvero lì.

Mi sta venendo voglia di rileggerlo questo. Da questo punto in poi, qui è pagina 63 nell’edizione che ho io, è assolutamente pazzesco, ogni pagina. Via via che l’esperienza diventa sempre più estrema si scende sempre di più nell’anima. E la parte del crepaccio è micidiale. E anche quella della corda.

La morte sospesa documentario

La storia è raccontata un po’ dal punto di vista di Joe, che è l’autore del libro, ma ci sono delle parti in cui passa a Simon e dà il punto di vista dell’altro. Funziona bene. Nella mia edizione quando passa a Simon è scritto in corsivo. Spero che anche nell’edizione italiana abbiano fatto qualcosa di simile, perché a volte salta da una riga all’altra. Sono qui che mi sto mettendo a rileggerlo mentre preparo il podcast!

Nel caso tu non abbia voglia di leggere il libro, nel 2003 hanno fatto anche un documentario. Che ho visto ed è molto bello anche quello. Penso che volessero fare un film e poi hanno capito che è difficile fare un film dove la parte più importante della vicenda avviene dentro la testa dei due protagonisti che per una parte considerevole della storia non sono insieme e anche quando lo sono sono comunque a distanza e quindi non si parlano se non per comunicare l’essenziale. Come film non avrebbe funzionato, ma come romanzo e come docudrama funziona molto ma molto bene ed entrambi sono ottimi.

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