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Collasso di Jared Diamond – Le civiltà perdute

Collasso di Jared Diamond è un classicone super best seller famoso che risponde alla domanda: come le società scelgono di fallire o di sopravvivere.

Come le decisioni delle società portano quelle stesse società a collassare, oppure no. Collasso di Jared Diamond è un libro famoso, si trova facilmente. Io ce l’ho in una copia comprata da mia madre. Scrisse dentro il libro che lo comprò al Logan Airport, l’aeroporto di Boston, nell’ottobre del 2010 dopo una vacanza nel New England con una sua amica conosciuta ai tempi in cui lavorava a Boston. Comprato per 18 dollari. In Italia è edito dalla Einaudi. Molto interessante. Consiglio. Il libro precedente a questo di Jared Diamond, che è Armi, acciaio e malattie, parla del perché alcune società sono cresciute più in fretta di altre. Questo, “Collasso” della questione opposta, perché alcune società sono collassate e altre no. Sono libri che mi piacciono molto perché danno dettagli specifici su una situazione molto particolari e allo stesso tempo contengono dei principi che ti permettono di capire come funzionano le cose e perché le cose accadono in un certo modo.

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Il collasso delle civiltà

Perché alcune società del passato sono crollate, scomparse? Si direbbe invasioni, conquiste. Ma molte volte non ci sono state invasioni o conquiste. Oppure, sono avvenute e hanno avuto successo solo perché la società conquistata era indebolita. Indebolita da qualcos’altro. Sottovalutiamo per esempio il ruolo delle pestilenze e degli eventi naturali nelle oscillazioni umane e nell’andare e venire delle civiltà. E, tra gli eventi naturali, e alla base di molte crisi e fallimenti delle società, c’è la distruzione da parte di quella stessa società delle sue risorse primarie. Uno guarda le fotografie dei resti della civiltà Maya e si chiede che fine abbiano fatto. Come, una civiltà capace di costruire monumenti di quelle dimensioni e città enormi per l’epoca, sia svanita. Quando arrivarono gli spagnoli, la civiltà Maya era già in piena decadenza. Perché?

Molti collassi di civiltà passate, molti abbandoni di aree prima occupate da una civiltà furono causate, almeno in parte, dalla graduale distruzione delle risorse naturali da cui la società dipendeva. Una forma di suicidio involontario, attraverso la distruzione della base su cui la società dipendeva perché nella società non c’era consapevolezza di questa realtà, o perché interessi specifici portavano i singoli ad andare contro l’interesse di tutti a lungo termine per sopravvivere a breve termine.

Le risorse sociali

Tra l’altro, anche se questo libro parla del lento degrado delle risorse naturali, lo stesso discorso vale per le risorse sociali. Ad esempio, se la forza del tuo sistema finanziario si basa sulla fiducia, sul fatto che tutti sanno che il loro denaro con te sarà al sicuro e nessuno glielo ruberà, e poi tu utilizzi il tuo sistema finanziario per punire gruppi di persone che non ti piacciono, che cosa stai facendo? Stai distruggendo la fiducia nel tuo sistema, che è la base del suo successo e delle ricchezze che ricevi grazie a quel sistema. Stai creando crepe alla base del tuo sistema per creare momentanei problemi a qualcun altro. Lo fai perché non ti rendi conto da dove arrivi la tua ricchezza, su cosa si basa. Sei così abituato ad avere ciò che hai, che hai perso di vista la ragione per cui ce l’hai, e cominci a sfruttarla oltre ciò che dovresti, tanto che scioccamente getti via, sprechi e rovini e metti in pericolo ciò su cui il tuo stile di vita si basa.

Le civiltà e le loro risorse naturali

Lo stesso vale per le foreste, per l’acqua, per il cibo. Quest’idea che le popolazioni del passato, in particolare i nativi, gli indiani d’America o gli aborigeni, fossero attenti manager della natura in cui vivevano è falsa, deriva dal mito del “buon selvaggio”. Tutte le civiltà corrono questo stesso rischio. Gestire le risorse naturali è sempre stato difficile. Alcune civiltà ci sono riuscite meglio di altre, alcune civiltà si sono trovate in situazioni più facili da gestire di altre. Alcuni ambienti sono più fragili di altri, ad esempio ambienti isolati, come le isole, oppure estremi, come la Groenlandia. Molte volte nella storia quelli che sembrano sconfitte militari, non sono altro che collassi ecologici o dovuti a ragioni naturali come pestilenze, che sembrano sconfitte militari e passano alla storia come sconfitte militari, ma in definitiva non lo sono.

Società che collassano

Nelle storie dei collassi di società passate c’è un qualcosa che attira la curiosità e il fascino nella decadenza, sembra simile alla curiosità che la gente ha del truculento e del morboso. Tante “città perdute” sono state perdute per ragioni ecologiche, per equilibri rotti, risorse svanite. Parla d’esempio dei maya, degli anasazi, dei norreni in Groenlandia, della Guinea, di Pitcairn e Henderson che sono isolotti sperduti nel Pacifico. Qui le popolazioni, una volta rimaste isolate, collassarono per scarsità di risorse, non ultima lo scambio di persone, visto che in una popolazione di poche dozzine dopo un paio di generazioni è inevitabile l’incrocio tra consanguinei. E rimasero isolati, senza possibilità di andarsene, perché sul loro isolotto non c’erano alberi abbastanza grandi per costruire una canoa. Quando le canoe dalle altre isole cessarono di arrivare, si trovarono isolati. Sembra che sia su Pitcairn che su Henderson sopravvissero per forse un secolo o più, ma quando arrivarono gli europei non c’era più nessuno. Tra l’altro Pitcairn è anche parte della storia degli ammutinati del Bounty, a fine ‘700, e quando loro arrivarono sull’isola gli abitanti erano già scomparsi.

La storia dell’Isola di Pasqua

C’è anche tutto un capitolo sull’Isola di Pasqua, quella nel Pacifico con quegli enormi testoni di pietra per intenderci. E proprio i testoni di pietra sono stati una grande parte del collasso della loro società. Le statue dell’Isola di Pasqua si chiamano moai e ne sono state contate sull’isola 887 di cui quasi la metà sono però ancora nella cava e non sono mai state trasportate verso la costa dove venivano erette in complessi. Sono di dimensioni enormi, basta vedere le fotografie e si capisce quanto sforzo fosse necessario per trasportarle dalle cave fino alla costa.  Servivano persone che dovevano dedicarsi a quella attività ma servivano anche materie prime per il trasporto, in particolare legno per i pali e le corde.

Le statue e la foresta

La tradizione delle statue moai fa parte della tradizione polinesiana perché si trovano su altre isole statue legno simili. Però sull’isola di Pasqua la questione delle statue è andata un po’ fuori controllo, e si vede dalla dimensione sempre più grande delle statue che c’era una forma di competizione tra i vari clan dell’isola. Servivano da 50 a 500 persone per trasportare una statua e ci voleva, cordame, leve, slitte e strumenti. E poi serviva un surplus di cibo. Tutto questo veniva fatto utilizzando la foresta presente sull’isola, sia per avere la legna che per liberare spazio per l’agricoltura. Se uno va a vedere le fotografie di oggi dell’isola di Pasqua nota una cosa: praticamente non ci sono piante. Ma una volta c’era una foresta, con varie specie di piante autoctone.

Risorse che scompaiono

La foresta ospitava molte specie di uccelli che erano una parte importante della dieta locale. Gli abitanti usavano gli alberi per costruire canoe con le quali andavano a pesca al largo. Con lo scomparire della foresta, scomparvero anche gli uccelli. E con lo scomparire degli alberi la gente non poté più costruire canoe capaci di navigare nell’oceano. Dai resti ritrovati si nota come un certo punto nella dieta il pesce quasi scomparve, in particolare scomparve il pesce di grandi dimensioni come il tonno che non poteva essere pescato da riva. La scomparsa di certe risorse di cibo portò all’eccessivo sfruttamento di altre, per esempio dei molluschi che potevano essere trovati sulla riva, che al loro volta piano piano cominciarono a scomparire. Una specie di palma gigante si estinse. Gli alberi venivano usati per fare il fuoco, per cremare i corpi, per liberare spazio per l’agricoltura, per fare le canoe, e per trasportare ed erigere le statue. Gli abitanti introdussero involontariamente anche i ratti che si mangiavano le noci delle palme e ne impedivano la germinazione. Così non solo c’era un’eccessiva deforestazione, ma non crescevano nuove palme.

La scomparsa delle piante

Quando il primo europeo, tale Roggeveen arrivo sull’isola nel 1722 la trovò quasi completamente priva di piante e con nessuna pianta e superava i 3 m di altezza. Dalle ricerche fatte si è visto che dopo il 1500 le palme sull’isola erano rare o estinte. Dopo il 1640 si nota che il carbone usato per il fuoco non proveniva più da alberi ma da erba e cespugli. 

Le prime persone arrivarono sull’isola dalle altre isole polinesiane intorno al 900 d.C., il tasso di deforestazione sembra abbia raggiunto il picco intorno al 1400 e il prima del 600 la deforestazione era virtualmente completa. L’intera foresta non esisteva più e le 3 specie autoctone di piante esistenti erano estinte. Da lì in poi si interruppe il trasporto e l’erezione delle statue, ma si interruppe anche la costruzione di nuove canoe capaci di attraversare il mare. E poi mancava legno per costruire strumenti, per scaldarsi, per cucinare.

Miru

I venti e le intemperie dell’oceano sferzavano l’isola e non venivano più fermati dalla foresta portando a erosione del suolo e alla perdita di nutrienti. Per cui anche l’agricoltura divenne più difficile. Gli abitanti iniziarono a costruire muretti intorno agli orti nel tentativo di proteggerli dal vento. Nel 1838 cinque piccole canoe malmesse pagaiarono verso una nave francese che aveva calato l’ancora vicino all’isola. Il capitano riportò che i nativi ripetevano continuamente e con frenesia la parola “miru”, che i francesi non capivano. “Miru” era il nome della legna per costruire canoe. Lo chiedevano agli europei arrivati in nave, perché sull’isola non ce n’era più.

Carestia e cannibalismo

Dai resti si vede come la frutta era sparita la dieta, i molluschi consumati diventarono sempre più rari e sempre più piccoli e l’unica fonte di cibo che rimase invariata fu quella dei ratti. Alcuni campi coltivati furono abbandonati a causa dell’erosione del suolo che si impoverì sempre di più. Tutto questo ovviamente portò alla fame. La popolazione dell’isola crollò nella carestia che divenne così intensa da far cadere la gente nel cannibalismo. Sembra che nel giro di un paio di secoli sparirono due persone su tre. La tradizione orale degli abitanti dell’isola di Pasqua contiene molti riferimenti al cannibalismo. Con la frase di sfida più forte che si poteva lanciare al nemico che era “ho la carne di tua madre tra i denti”.

L’abbattimento delle statue

La tradizione racconta che l’ultima statua fu eretta intorno al 1620 e che la statua più grande di tutte ad essere eretta, Paro si chiama, fu tra le ultime. Ma ce n’erano di ancora più grandi in preparazione nelle cave. Il fatto che le statue continuavano ad aumentare di dimensioni potrebbe essere dovuto non soltanto alla rivalità tra i vari capi che facevano a gara a chi ce l’aveva più grosso, ma anche la conseguenza degli appelli sempre più urgenti che la gente sentiva di dover fare agli antenati man mano che le risorse naturali uno dopo l’altra sparivano. Ironicamente, proprio le statue erano una delle principali cause della crisi. Crisi che ovviamente portò anche a guerre e, intorno alla fine del ‘600, i clan rivali passarono dal cercare di erigere statue sempre più grandi all’abbattere le statue l’uno dell’altro. Quando il capitano Cook arrivo nel 1774 commentò che alcune statue erano state abbattute ed altre erano ancora erette. L’ultima menzione di una statua ancora eretta da parte di una nave europea fu nel 1838.  Nel 1868 fu riportato che nessuna statua era eretta. Le statue adesso sono state rimesse al loro posto. Paro, la più grande no, è ancora a terra, rotta.

Dopo il collasso

La popolazione sull’isola si adattò come poteva e sembra trovò un nuovo equilibrio. Ma l’arrivo degli Europei porto altri problemi prima fra tutte malattie alle quali gli abitanti dell’isola di Pasqua non erano abituati. Nella prima metà dell’ottocento navi peruviane rapirono circa 1500 persone, che era la metà della popolazione sopravvissuta, e li vendettero in Perù per lavorare nelle miniere di guano. Morirono quasi tutti, ma sotto pressione della comunità internazionale il Perù rimpatriò una dozzina di sopravvissuti, che al loro ritorno portarono sull’isola un’altra epidemia. Nel 1872 soltanto 111 nativi erano rimasti sull’isola di Pasqua.

Com’è possibile arrivare al collasso?

Naturalmente uno si chiede come abbiano potuto distruggere una risorsa così fondamentale, perché distruggere una foresta dalla quale dipendeva la loro sopravvivenza sia materiale che spirituale? Ma d’altronde si vede lo stesso fenomeno dappertutto. Come chi caccia una specie animale fino a portarla all’estinzione e poi resta senza la risorsa che lo sosteneva. Ma perché allora questa tragedia accadde sull’Isola di Pasqua e non su altre isole o altri luoghi? Non fu soltanto la faccenda delle statue. L’isola di Pasqua era particolarmente fragile perché piccola, con un clima che non favoriva la crescita veloce delle piante e perché era isolata: non era un possibile andarsene e quindi non c’era una valvola di sfogo della popolazione attraverso l’emigrazione. Quando ci sono troppo poche risorse di solito la gente se ne va e così le risorse non vengono estinte completamente perché la popolazione diminuisce prima. La fissazione con le statue giganti e la competizione sociale tra i vari clan è bastata nel giro di qualche secolo a spezzare un equilibrio delicato già in principio. Insomma, gli abitanti dell’Isola di Pasqua vivevano in un ambiente molto fragile e la loro cultura non ne teneva conto.

Fragilità ed errori fatali

Chiaramente la morale della storia è che la Terra è nello spazio come l’Isola di Pasqua è nell’oceano Pacifico. Piccola, isolata e fragile. E che quindi se non facciamo attenzione all’uso delle nostre risorse ci potremmo trovare un giorno a fare la stessa fine degli abitanti dell’isola di Pasqua. La questione è però complicata, perché invece ci sono popolazioni che hanno avuto successo, la nostra, per esempio! Tra alti e bassi sono fiorite, attraverso l’inventiva tecnologica sono riuscite ad aumentare le risorse che avevano a disposizione quindi hanno potuto sostenere una popolazione sempre più grande. Le risorse non sono quindi qualcosa di fisso ma sono qualcosa che si trova e che si inventa. Il problema, come la soluzione, è complicato. Non si tratta tanto di non consumare, piuttosto di accorgersi dei punti di fragilità, dei limiti, di non superarli, e di lavorare da un punto di vista tecnologico per trovare nuove risorse.

Conclusioni su “Collasso” di Jared Diamond

Ho appena comprato un nuovo libro “Abbondanza” di Peter Diamandis che parla proprio di questa cosa. C’è un pericolo nell’avere una mentalità della scarsità, che ti porta a credere che le risorse siano limitate. Molte guerre sono state combattute per questo. Perché se credi che le risorse siano finite e limitate, tutto diventa un gioco a somma zero. Se qualcuno ha di più è perché lo ha tolto a te e per avere di più devi toglierlo a qualcun altro. Che è una mentalità potenzialmente molto pericolosa. La mentalità dell’abbondanza, cioè credere che nuove risorse possono sempre essere trovate e create non è la stessa cosa della mentalità dello sfruttamento, anzi. Comunque “Collasso” di Jared Diamond fa un ottimo lavoro nel spiegare il problema. Lo consiglio moltissimo. È un bestellerone, lo trovate dappertutto. Ottima divulgazione.

E non posso raccontare tutte le storie chiaramente, ma anche quella dei vichinghi in Groenlandia, che si ostinavano ad allevare mucche invece di imparare dagli Inuit come pescare e che anche loro sparirono nel nulla, è molto affascinante.

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